Si è conclusa la scorsa settimana la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. La COP23, come viene chiamata dagli addetti ai lavori,  si è tenuta a Bonn, dove si sono dati appuntamento i rappresentanti di centina di Stati, regioni, industrie e società civile per individuare la roadmap verso il raggiungimento dei target  sottoscritti i con l’Accordo di Parigi del 2015.

Significante è stato il contributo dato alla Conferenza da parte della delegazione del Parlamento europeo. Di questo gruppo faceva parte anche Kathleen Van Brempt, europarlamentare belga e vicepresidente del gruppo S&D con delega alle politiche energia-ambiente. Già nel biennio 2016/2017 Van Brempt è stata presidente della Commissione d’inchiesta del Parlamento europeo sul cosiddetto  scandalo Dieselgate.

Kathleen Van Brempt, recentemente l’organizzazione meteorologica delle Nazioni Unite ha rivelato che la concentrazione di anidride carbonica nell’aria ha raggiunto livelli mai registrati in precedenza. A chiusura della COP23 pensa che l’esito della conferenza sia il passo giusto verso il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi?

Sono piuttosto negativa riguardo al risultato emerso da questa COP. Basta guardare quello che è stato deciso, che non è molto. Si è scelto di avviare un nuovo tipo di dialogo, il Talanoa dialogue, un’espressione che utilizza un termine divertente della lingua delle Fiji (ndr. Stato che ha presieduto la COP23) per indicare un nuovo tipo di dialogo che includerà, oltre agli Stati, organizzazioni, città, regioni, ONG per avere un sistema che aiuti a implementare l’Accordo di Parigi nella prossima COP. Un altro risultato raggiunto dall’Unione Europea nonostante l’iniziale opposizione della Polonia è l’emendamento di Doha al Protocollo di Kyoto (ndr. L’emendamento modifica il Protocollo istituendo un secondo periodo di impegno, dal 2013 al 2020, e agevolando il rafforzamento degli impegni delle singole parti). Quindi non sarebbe giusto dire che non ci sono stati risultati, eppure questa COP è stata definita una conferenza intermedia, in cui ci sono state molte discussioni, ma non altrettanti obiettivi raggiunti.

Ciò detto, ci sono stati anche momenti politici molto importanti, alcuni di questi negativi, come quando la delegazione del Parlamento europeo ha incontrato quella degli Stati Uniti. È stato qualcosa di sbalorditivo, l’unica cosa di cui sono consapevoli i membri di quel team è che il loro presidente si è chiamato fuori, ma non hanno la minima idea della linea che dovranno assumere in futuro o se saranno parte o meno del Tanaloa dialogue.

Allo stesso tempo, abbiamo potuto constatare che in altre parti del mondo le cose si stanno muovendo nella giusta direzione, come in Cina e in India, dove stanno discutendo un regolamento per auto ad emissioni zero entro il 2035. È un dato molto interessante perché noi europei ci siamo sempre ritenuti leader in questo campo, ma non dobbiamo essere arroganti, spesso sono altri Paesi che ci ricordano che abbiamo di fronte a noi una lunga strada.

 

Nei fatti però l’Unione europea ha sempre ricoperto un ruolo da leader nella lotta al cambiamento climatico, sia nelle negoziazioni multilaterali che nelle  politiche di settore. Come è stata percepita l’UE nel corso della COP23? L’Unione europea può ancora essere leader in un mondo in cui altri Paesi come la Cina e l’India assumono nuovi coraggiosi impegni, e in cui il presidente Trump sta conducendo gli Stati Uniti in direzione diametralmente opposta?

L’Unione europea è sicuramente un leader nel campo, abbiamo credibilità. Ai tempi dell’Amministrazione Obama era chiara la forza rappresentata dall’unione di Stati Uniti ed Europa. Ora le cose sono cambiate: abbiamo una coalizione con la Cina, che con noi forma una buona squadra. In Cina si stanno rendendo conto che se vogliono avere un futuro hanno bisogno di politiche sul clima e che per questo serve lavorare a livello mondiale, non bastano politiche regionali. Stiamo collaborando anche con il Canada e l’India. Il ruolo dell’Europa è ancora lo stesso. Nonostante le divisioni all’interno del Parlamento europeo tra vari gruppi politici, non c’è molto disaccordo sul ruolo di leader che deve continuare a svolgere l’Europa in questo campo. I problemi sorgono quando si tratta di implementare le politiche nei nostri Stati membri. Basta guardare le discussioni attuali sulle energie rinnovabili e sull’efficienza per notare un’enorme contraddizione: tutti pensano siano temi importanti, ma quando si arriva a dover attuare queste misure, le differenze rallentano l’iter di discussione e approvazione dei testi.

 

Forse un risultato di queste contraddizioni lo si trova nella scarsa diffusione di auto elettriche, che oggi costituiscono soltanto l’1,25% delle auto vendute. Tuttavia, se il tasso attuale di crescita di vendite di auto elettriche si protraesse fino al 2030, si stima che per quell’anno le auto elettriche rappresenterebbero l’80% del parco automobilistico. Il gruppo S&D come valuta la proposta legislativa sulla mobilità per il 2030, riguardante le  emissioni delle auto e la mobilità elettrica?

Subito dopo l’uscita della proposta da parte della Commissione dichiarai la mia delusione per questo pacchetto. Si tratta di un esempio rappresentativo del divario che esiste tra discutere e fare davvero qualcosa, tra l’assumere il ruolo di leader mondiale nel campo del cambiamento climatico e l’incapacità di raggiungere obiettivi concreti all’interno dell’ Unione. Si era detto che si voleva un testo forte, che obbligasse i produttori di auto a raggiungere un’ampia distribuzione di auto elettriche nel futuro. È un passaggio estremamente importante perché spinge i produttori verso il cambiamento tecnologico e l’innovazione. Ma a causa delle lobby industriali, dei produttori di auto e di Paesi come la Germania, quelli presentati sono solo obiettivi indicativi, quindi non in grado di incidere. A ciò va aggiunto che la maggior parte delle auto elettriche oggi sono molto care e inaccessibili ai più.

Si tratta di scarsa ambizione e sono completamente in disaccordo con questo atteggiamento. Se facciamo un paragone con Cina e India rischiamo di restare indietro. In futuro le nostre auto saranno prodotte in quei Paesi invece che in Europa perché non abbiamo avuto la forza di incanalare le nostre case produttrici verso l’innovazione tecnologica. Le leggi sull’ambiente, quando sono tutt’altro che ambiziose, rischiano di uccidere le nostre industrie per un eccesso di moderatismo: siamo troppo permissivi verso i produttori e questo atteggiamento impedirà loro di avere un futuro competitivo.

 

Per quanto riguarda l’efficienza nelle case, nei trasporti e nell’industria, però, l’Unione europea ha fatto enormi progressi, migliorando l’efficienza del 20% dal 2000. Un nuovo report sull’ambiente delle Nazioni Unite dimostra che migliorando la progettazione dei prodotti e applicando standard migliori si ottiene l’impatto più incisivo in termini di efficienza. Qual è il suo punto di vista sulla revisione della direttiva sull’ecodesign?

Se si vuole seriamente perseguire gli obiettivi della politica climatica ci sono diversi ambiti da considerare. Serve costruire impianti per le energie rinnovabili, rendere più efficienti le nostre case e molto altro, ma ci sono questioni in cui gli Stati non hanno un forte impatto perché costituiscono materia del mercato comune. Alcuni esempi sono il design di un’auto o le sue emissioni, quanta elettricità utilizzano gli aspirapolvere ed esempi analoghi. Tutto ciò è molto importante, gli aspirapolvere dovrebbero avere un buon design per raggiungere migliori obiettivi in campo energetico e ambientale. Ancora una volta incentiviamo le industrie a trasformarsi, affinché tengano pienamente conto dei criteri di ecodesign e dei requisiti dettati dall’economia circolare. È importante riflettere anche sul ciclo di vita di questi prodotti, una volta diventati rifiuti.  

 

L’anidride carbonica derivante da combustibili fossili è il principale gas a effetto serra, ma ne esistono altri come il metano e l’ossido di azoto che sono più potenti e, a differenza dell’anidride carbonica, sono in aumento. La fonte principale di questi gas è costituita dagli allevamenti di bestiame. E tuttavia, non possiamo imporre ai cittadini rivoluzioni alimentari a fini ambientali. A questo proposito, gli investimenti nella produzione di carne a base vegetale si stanno diffondendo nel mondo, dagli Stati Uniti, alla Cina e a Israele. Alcune aziende private europee come Danone o Nestlè hanno recentemente avviato negli Stati Uniti investimenti importanti nel campo della produzione di alimenti a base vegetale. Perché l’Unione europea non sta giocando un ruolo da leader anche in questo settore?

Considerando quello che mangiamo e quello che gettiamo, che è una questione separata ma estremamente importante, saremmo in grado di nutrire l’intero mondo, anche nel futuro, ma solo dando seguito agli obiettivi climatici e cambiando il nostro atteggiamento. Sono d’accordo sul fatto che non si possa fare una legge per obbligare le persone a mangiare carne solo una volta a settimana, non funziona così, ma ritengo che dovremmo trasformare il nostro settore agricolo in Europa e nel resto del mondo. È una questione molto delicata, ma si può fare perché l’Unione europea eroga sussidi al settore agricolo europeo. Questo ragionamento non andrebbe applicato solo all’agricoltura, ma ad ogni settore che sosteniamo in Europa attraverso le dotazioni finanziarie. È un percorso lungo, certo, ma è fondamentale impegnarsi affinché si ricorra ai fondi Ue per sostenere gli obiettivi di sviluppo definiti insieme.

 

COP23

United Nations Framework on Climate Change